«La politica imposta della precarietà»

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La svolta punitiva delle politiche penali negli ultimi decenni non deriva dal semplice adagio «delitto e castigo». Annuncia l’introduzione di un nuovo governo dell’«insicurezza sociale» che tende a plasmare i comportamenti degli uomini e delle donne preda delle turbolenze della deregulation economica e della conversione dell’assistenza sociale in trampolino del lavoro precario. All’interno di questo dispositivo «liberal-paternalista» polizia e prigione ritrovano la loro funzione originaria: piegare le popolazioni e i territori insubordinati all’ordine economico e morale emergente.
Questa politica della precarietà nasce negli Stati Uniti ed è qui che viene portato il lettore, alla ricerca delle origini di quello Stato carcerario sorto dalle rovine dello Stato sociale. Poiché, nell’epoca del lavoro discontinuo, la regolazione delle classi popolari passa soprattutto dal braccio, severo e virile, dello Stato penale. La lotta contro la delinquenza fa ormai da schermo alla nuova questione sociale.


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Un assaggio

Dalla premessa di Loïc Wacquant
L’epopea della sicurezza pubblica, comparsa improvvisamente alla fine del XX secolo sulla scena politica dei paesi dell’Unione europea – primo tra tutti la Francia – dopo aver invaso lo spazio pubblico negli Stati Uniti vent’anni prima, presenta molte caratteristiche che l’accomunano strettamente all’epopea pornografica, per come è stata descritta con con cura dalle studiose femministe […].
In primo luogo, essa è pensata ed eseguita non per se stessa, ma con il preciso intento di essere esibita e vista, osservata, adocchiata: la priorità assoluta è fare spettacolo, nel vero senso della parola. Per questo, la parola e l’azione sicuritarie devono essere metodicamente messe in scena, esagerate, drammatizzate, persino ritualizzate. Questo spiega perché, come gli amplessi programmati che riempiono i film pornografici, esse sono estremamente ripetitive, meccaniche, uniformi e, dunque, particolarmente prevedibili.

Così, i responsabili dell’ordine pubblico dei vari governi che si susseguono in uno o più paesi in un determinato periodo eseguono, con lo stesso ritmo discontinuo e con poche, insignificanti variazioni, le stesse figure obbligatorie con gli stessi partner: si sbarca in una stazione della metropolitana o su un treno di periferia per mostrare il pugno di ferro e fare la voce grossa, si visita in massa il commissariato di polizia di un quartiere malfamato, ci si infila nella foto celebrativa di un sequestro di sostanze stupefacenti particolarmente ingente, si lanciano risoluti avvertimenti ai malintenzionati, dicendogli che ormai dovranno soltanto «comportarsi bene», e si richiama l’attenzione pubblica sui recidivi, i mendicanti aggressivi, i rifugiati senza fissa dimora, gli immigrati da espellere, le prostitute da marciapiede e altri rifiuti sociali disseminati lungo le strade delle metropoli di fine secolo a tutto danno delle «persone perbene». Dappertutto risuonano le stesse lodi alla dedizione e alla competenza delle forze dell’ordine, lo stesso biasimo per lo scandaloso lassismo dei giudici, la stessa affermazione zelante del sacrosanto «diritto delle vittime» della criminalità, gli stessi annunci stentorei che promettono ora di «far scendere la delinquenza del 10% all’anno» (promessa che nessuno si azzarda a fare circa il numero dei disoccupati), ora di ripristinare il controllo dello Stato sulle «zone di non-diritto», ora addirittura di aumentare costantemente la capacità delle prigioni a colpi di miliardi di euro.
Ne risulta che le manovre sicuritarie sono per la criminalità quello che la pornografia è per le relazioni sentimentali: uno specchio che deforma fino al grottesco, che astrae artificialmente i comportamenti delinquenti dal tessuto dei rapporti sociali dai quali essi traggono origine e senso, ignorandone deliberatamente cause e significati e affrontandoli semplicisticamente con una serie di prese di posizione volutamente ostentate, spesso acrobatiche, a volte decisamente inverosimili, frutto del culto dell’azione ideale più che dell’attenzione pragmatica al reale. Complessivamente, la nuova epopea sicuritaria trasforma la lotta contro il crimine in un pruriginoso teatro burocratico-mediatico, che al tempo stesso soddisfa e alimenta il desiderio d’ordine dell’elettorato, riafferma l’autorità dello Stato attraverso il suo linguaggio e la sua mimica virili, ed erge la prigione come ultimo baluardo contro i disordini che scoppiano nei bassifondi e che si ritiene minaccino le fondamenta stesse della società.